Per tutti coloro che trovano l'amore tra le pagine di un libro

Accabadora-Michela Murgia

‘Acabar’, in spagnolo, significa finire. E in sardo ‘accabadora’ è colei che finisce. Agli occhi della comunità il suo non è il gesto di un’assassina, ma quello amorevole e pietoso di chi aiuta il destino a compiersi. È lei l’ultima madre.

In questo ennesimo giorno di quarantena mi sono concessa un libro che è definibile come un completo off-topic rispetto ai libri che leggo di solito, ma ogni tanto miei topini di biblioteca è necessario uscire fuori dalle righe.

Il libro di oggi si chiama “Accabadora” di Michela Murgia, vincitore dei premi Campiello e Supermondello del 2010. La storia si svolge in una delle zone italiane che più amo al mondo: la Sardegna. Una Sardegna descritta attraverso tinte fosche e cupe, velata da tradizioni antiche e scaramantiche tra cui un’Accabadora.
Quest’ultima è una figura quasi mitologica il cui compito è quello di accompagnarci alla fine. “Acabar” significa, infatti, finire. L’accabadora è una persona incaricata dal villaggio di porre fine all’esistenza di un moribondo.
Nel romanzo questa figura è quella della Tzia Bonaria. Donna forte, risoluta che decide di prendere come figlia adottiva Maria, la protagonista del libro. Lei è la quarta e ultima figlia di una povera donna. Ha sei anni quando sua madre, per poter mantenere più dignitosamente le altre figlie, accetta di consegnarla a Bonaria Urrai, una vecchia sarta nubile e senza figli. La donna si era interessata alla bimba già al primo sguardo, quando l’ha vista in un negozio di frutta e verdura infilare nelle tasche del bel vestitino bianco in un gesto istintivo e innocente delle ciliegie, rubandole ma facendosi subito scoprire dalla madre, dalla quale viene prontamente rimproverata.
Tra le chiacchiere curiose e instancabili del paese, la sarta e la bambina convivono così molti anni, durante i quali viene insegnato alla piccola a non rubare, a non mentire e a essere sincera in qualsiasi situazione.

Durante la sua infanzia Maria diventa grande amica di Andrìa, un ragazzino della sua età.
I due sono come fratello e sorella, ma quando Nicola, il fratello di Andrìa viene colpito a una gamba da una pallottola tutto quanto si stravolge. La gamba va in cancrena, e il responso dei medici è imperativo: amputare. Nicola si fa astioso e rancoroso nei confronti del mondo, fino ad arrivare al punto di implorare la morte.

Vengono così a galla i segreti nascosti nell’animo di Bonaria, la sarta, segreti conosciuti da tutto il villaggio meno che da Maria la quale, sentendosi distrutta e tradita, parte per “il continente”, per la fredda Torino, pronta per intraprendere una vita nuova come bambinaia di due fratelli. È qui che sembra voler finire la storia, quando Maria si ritrova a Torino, pronta a girare la pagina della propria vita… ma come si può girare pagina, se non si è conclusa quella precedente? Il passato torna sempre, non si può scappare.

Ho amato questo libro letteralmente. In poche pagine l’autrice ha dato vita ad un mondo tangibile, personaggi reali che si sono trovati un posto nella mia mente tant’è che alla fine mi è sembrato di salutare dei vecchi amici.
Era diventato quasi difficile staccare gli occhi dalle pagine piene di una suspance velata ma continua, che mi teneva incollata finché non sono giunta all’ultima riga.

Michela Murgia, a mio parere, è riuscita ad essere leggera e accattivante, anche le emozioni descritte erano capaci di accostarsi a quelle della vita di tutti, senza mai essere esagerate o troppo artefatte come nelle fiabe. Anche quando mi sono ritrovata a chiudere il libro, a riporlo e a sedermi qui davanti al computer per battere i miei pensieri e le mie sensazioni, le parole continuavano a scorrermi davanti come in un film.

Ho vissuto questa lettura insieme all’ingenuità di una bimba che tutto percepiva ma che non comprendeva, ho vissuto il suo trasformarsi in una donna consapevole che la vita non è solo gioia, ho vissuto insieme ad una vecchia che porta la morte nelle case considerandolo un gesto d’amore pieno di forza.

L’abbacadora muta, non è più una semplice figura mistica ma diventa una presenza interiorizzata che si fonda su un’unica certezza: la pietà e la sofferenza. Cinque cuoricini per questo romanzo fuori dagli schemi.

A presto, Mik.

 

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