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Un tramonto dopo l’altro – Barbara Scotto

Oggi vi segnaliamo anche il romanzo storico UN TRAMONTO DOPO L’ALTRO dell’autrice italiana Barbara Scotto, uscito il 13 Gennaio con Gruppo Albatros. TITOLO: Un tramonto dopo l’altro

AUTORE: Barbara Scotto

GENERE: Romanzo storico

SERIE: La saga della famiglia Duclaire – O’Donnell #1

USCITA: 13 Gennaio 2021

PUBBLICATO DA: Gruppo Albatros – Il Filo

FORMATO: Ebook e cartaceo

 

TRAMA:

Erin e Perla O’Donnell sono due giovani sorelle rimaste improvvisamente orfane dei genitori. Costrette a partire dall’Irlanda verso l’Inghilterra per trasferirsi nella dimora del tutore cui sono state affidate, il Marchese di Stafford, il destino ha in serbo per loro un’ulteriore beffa in quanto anch’egli è deceduto da poco tempo, ed il figlio, Maximilian Duclaire, gli è succeduto. Anche lui e sua sorella Caitlin stanno affrontando il lutto come possono, e di certo l’arrivo di due ragazzine di cui doversi far carico non entusiasma affatto Maximilian. Tra Maximilian ed Erin, la maggiore delle due sorelle, i rapporti inizialmente sono molto tesi, ma per fortuna le due giovani possono contare sull’affetto e la guida di Caitlin, una ragazza con degli ideali che si discostano molto da quelli delle altre donne dell’epoca. Lasciata la chiassosa Londra a favore del magico castello di famiglia, tra incomprensioni e avvicinamenti, l’amore travolgerà Erin e Maximilian, ma dovranno viverlo in segreto, all’ombra della nobiltà londinese che griderebbe allo scandalo se messa di fronte all’unione tra il nobile marchese e la sua pupilla. Questo amore sarà contrastato anche da un losco individuo privo di scrupoli, che trama nell’ombra per separarli ed accaparrarsi titolo ed eredità, in un crescendo di intrighi e colpi di scena. Un segreto, un sacrificio d’amore faranno allontanare Erin da quanto le è più caro, ma la famiglia lotterà usando ogni mezzo pur di riportarla a casa. Difficili prove attendono i protagonisti di questo romanzo dove a fare da filo conduttore è l’amore profondo e il legame saldo di una famiglia pronta a tutto pur di mantenere la propria unità, fanno da sfondo una Londra vittoriana con i suoi sfarzi e regole, un castello avvolto da magiche e misteriose presenze e le atmosfere di un’epoca di cui se ne sfidano apertamente le convenzioni.

 

ESTRATTO:

La notte era stranamente silenziosa, l’aria immobile e calda. Morfeo sembrava rifiutarsi di accogliere Erin tra le sue braccia, la cui mente continuava a tornare indietro a quel pomeriggio. Ancora turbata per l’intimità condivisa con Max, se ne stava in piedi davanti alla finestra a fissare il salice piangente illuminato dagli argentei bagliori lunari. Non riusciva a spiegarsene il perché, ma ogni volta che guardava quella collina dall’aspetto spettrale le venivano i brividi. Caitlin le aveva confidato che le croci al di là del tronco appartenevano ai suoi genitori, Alyson, morta ormai da venticinque anni, ed Aidan, morto da appena tre mesi. Caitlin sosteneva che in vita sua madre avesse alcune doti che indussero alcuni a ritenerla una strega. Tutto cominciò alla morte dei genitori di lei, appena undicenne, quando un emissario del re si recò fino a Grey Tower dichiarandosi suo tutore legale, incaricato di occuparsi del maniero finché non le avesse trovato un buon marito. La piccola Alyson si ribellò con tutta la forza che aveva a quella sgradita intrusione, ma né le sue parole né i suoi calci e pugni parvero scalfire la determinazione dell’uomo, così non le restò che tirarsi indietro ed avvisarlo che, se avesse osato varcare il portone d’ingresso, avrebbe lanciato su di lui una maledizione. L’uomo le rise in faccia, ed Alyson lo maledisse davanti a tutti. Giunto a metà scale, egli mise un piede in fallo e cadde, urtando la tempia contro un gradino. Morì all’istante. Gli armigeri di costui, impietriti, dopo essersi fatti il segno della croce fuggirono come topi, diffondendo la notizia a chiazza d’olio. Al successivo malcapitato cui fu assegnato il compito d’impadronirsi del suo castello, invece, si scagliarono addosso i suoi tre fedeli animali procurandogli gravi ferite, così le supposizioni divennero conferme, e lei non fece nulla per metterle a tacere, anzi, una volta compreso che tutti aveva-no paura di lei, cominciò ad alimentare tali paure prendendo l’abitudine di cavalcare la notte con i suoi animali, indossando un lungo mantello nero. Alyson amava quella collina, fu lì che incontrò per la prima volta quello che divenne suo marito, e sempre lì, una grave malattia al cuore se la portò via poco dopo aver partorito i suoi gemelli. Fino a quel giorno non aveva dato molto peso a quella storia, ma dopo averne ricevuto conferma dalle sincere labbra di Maximilian il tutto aveva assunto una diversa dimensione. Max. Cosa doveva pensare di quell’uomo? Ancora aveva da-vanti agli occhi il suo sguardo, quando voltandosi lo aveva scoperto a fissarla con penetrante intensità dopo averle domandato se avesse mai incontrato il vero amore. Cos’avrebbe dovuto rispondere lei? Tutt’ora non ne aveva idea. Sul momento si era limitata a fare spallucce, rigirandogli la domanda. «E voi?», aveva buttato lì in maniera evasiva. «Non ho ancora avuto motivo per ritenere che esista», le aveva risposto lui senza pensarci su, in maniera abbastanza convinta. «Sostenete una simile assurdità con tale convinzione, eppure le vostre stesse parole vi contraddicono». Egli l’aveva guardata con un sopracciglio inarcato, sorpreso dal tono rimproverante della sua voce. «Spiegati meglio». Erin si era allora eretta in un dignitoso portamento, fissandolo con uno sguardo glaciale. «Mi avete elogiato le virtù dei vostri genitori, avete definito il loro amore intenso e speciale al punto da lasciare un’impronta indelebile in questi luoghi. Nei vostri stessi occhi potevo scorgere tale amore, nella vostra voce c’era un’intensità che non può essere smentita. Ditemi, allora, non vi ha insegnato niente la storia dei vostri genitori che, pur separati da un ineluttabile destino, non hanno mai smesso di amarsi?». Max non aveva ribattuto a quell’accusa, anche perché lei non gliene aveva lasciato il tempo. Fiera come una regina, aveva spronato il cavallo verso le scuderie e, lasciandolo a Joshua, era corsa nella sua stanza. E così aveva tanto calorosamente difeso l’amore vero, ma esisteva poi davvero? Quel pomeriggio il suo cuore aveva esultato, battendo come mai prima di allora. Era quello il vero amore? Come avrebbe fatto lei a riconoscerlo, se in passato non aveva mai incontrato un ragazzo che le facesse battere il cuore? Sospirò, poggiando la guancia contro le fredde pietre del muro. Se davvero Alyson vegliava sulla sua famiglia, cosa pensava di quella strana situazione creatasi fra lei e suo figlio? Avrebbe potuto chiedere consiglio a lei, ad un fantasma? Scosse la testa dandosi della sciocca, ma aveva così bisogno di confidarsi con qualcuno, di sentirsi dire che non aveva commesso un’irreparabile sciocchezza, da cercar conforto persino nella leggenda di un fantasma. Un refolo di vento freddo, accompagnato da un fruscio di fo-glie, s’insinuò sotto la vestaglia di Erin provocandole un sussulto, come se le gelide dita della morte l’avessero sfiorata. Poi, così com’era arrivato, il vento cessò e la notte tornò immobile e silenziosa. Spettrale, era il termine più adatto. Erin chiuse la finestra e, con un veloce volteggio, si guardò attorno; era sola, la stanza era in penombra ma ben visibile e la porta ancora chiusa, eppure le era sembrato di avvertire un cigolio di cardini e l’impressione che qualcuno la stesse osservando. Un ultimo sguardo, poi scosse la testa. Solo suggestione. Però non aveva sonno ed era certa che quella notte non sarebbe giunto, così afferrò il candeliere e uscì nel corridoio buio. Lo attraversò in punta di piedi e scese giù, fino allo studio, dove passò alcuni istanti davanti ad uno scaffale per scegliere un libro da leggere. Un tonfo alle sue spalle la fece sob-balzare per lo spavento, la candela traballò minacciosamente e cadde a terra, spegnendosi sul tappeto e lasciandola al buio. Da-vanti a lei una figura scura si ergeva minacciosa, sembrava sfiorare l’alto soffitto e ripiegarsi su di lei, che immobilizzata dalla paura non osava nemmeno respirare. La figura avanzò ed Erin lottò per reprimere un urlo, finché l’alone di una lanterna non illuminò il volto scuro di Maximilian. Fu allora che tirò un profondo sospiro e si accasciò contro lo scaffale, scoppiando a ridere per il sollievo e la tensione. «Erin! Santo cielo, mi hai fatto prendere un colpo», esclamò Max una volta riconosciutala, poi, vedendola ridere, inarcò un sopracciglio e si avvicinò. «Perché stai ridendo?» «Io vi avrei fatto prendere un colpo, eh? Ho pensato foste… oh, non lo so nemmeno io cos’ho pensato che foste, finché non vi ho riconosciuto», esclamò lei, tornando di colpo seria. «Non dovreste aggirarvi per casa camminando in punta di piedi come un fantasma». L’espressione di Max si fece divertita. «Ecco cos’hai pensato che fossi. Un fantasma». Una breve risatina. «Questo deve avertelo messo in testa Caitlin con le sue storie, immagino». «No! No, io…» Erin cercò di negare, ma infine si lasciò conta-giare dall’ilarità dell’altro. «Oh, va bene, suppongo di sì. È solo che devo ancora abituarmi a questo posto, e voi», alzò il tono di voce puntandogli contro un dito, «dovreste abituarvi all’idea di avere due ragazze che si aggirano per il castello, ed evitare di metter loro paura, milord». «Allora dovresti farlo anche tu. Ho un leggero disturbo del sonno, così, quando non riesco a dormire comincio ad aggirarmi per il castello, sui torrioni, ed infine mi chiudo qua dentro per leggere un libro finché il sonno non sopraggiunge». «Tutte le notti?», domandò lei, impressionata. Egli annuì. «Tutte le notti». «È terribile», esclamò impulsivamente, quindi si schiarì la voce e si chinò velocemente a raccogliere la candela per terra. «Mi spia-ce aver disturbato le vostre abitudini notturne», disse avvicinando la candela al suo lume per accendere lo stoppino. «Al contrario! Sei stata un piacevole diversivo, oggi». Notando il turbamento comparire sul volto di lei, Max si rese conto dell’infelice scelta di parole. La osservò attentamente. «Capisci co-sa intendevo, vero?» «Immagino di sì, milord. Vi lascio subito al vostro libro». Senza curarsi di raccogliere la candela, gli sgusciò accanto a testa bassa, ma quando sfiorò il suo braccio si sentì afferrare dalla presa delicata ma decisa di una mano. «Aspetta», sussurrò lui, inducendola a bloccarsi sul posto. Senza lasciare la presa dal suo braccio posò la lanterna su un tavo-lo rotondo lì vicino, poi le si mise davanti, e con mano gentile le afferrò anche l’altro braccio. «Non credi sia il caso di accantonare le formalità e cominciare a chiamarmi col mio nome? Nemmeno la servitù usa tanto spesso la parola milord, e tu fai ormai parte della famiglia». Erin arrossì ed annuì con condiscendenza. «Come volete, Maximilian». Fece per congedarsi, ma egli la trattenne ancora, reprimendo un sorriso divertito. «Immagino che prima di chiamarmi Max, dovrà passare un altro mese almeno». Vedendo che lei non sorrideva, divenne di col-po serio e giunse al nocciolo della questione. «Dobbiamo parlare di quello che è successo oggi», disse abbassando la voce in un tono più profondo ed intimo che le fece accelerare i battiti cardiaci. «Non è successo niente. Io l’ho dimenticato, fatelo anche voi», mentì Erin con voce ferma, nonostante il tumulto del proprio cuore. Non era vero, non era assolutamente vero che aveva dimenticato, non avrebbe potuto farlo mai, nemmeno in un migliaio di anni. La dolcezza e la passione presente in quel bacio l’avevano scossa fin nel profondo, il tocco delle sue mani le aveva incendiato la pelle procurandole sensazioni fino ad allora sconosciute, e il suo caldo alito contro il collo… oh, quello le aveva acceso dentro un desiderio che sentiva riaccendersi esattamente in quell’istante, mentre la fissava così da vicino da avvertirlo ancora. Era talmente sconvolgente da lasciarla senza parole, priva perfino del coraggio necessario a sostenere il suo sguardo. La presa di quelle mani attorno alle braccia di Erin non vacillò. «Menti. Puoi sostenere che sia stato un errore, ed io concorde-rei. Puoi dire che non deve più ripetersi, e concorderei di nuovo, ma non puoi dire che non è successo niente, perché come l’ho sen-tito io l’hai sentito tu. Non si può dimenticare». Erin rimase immobile per lunghi, interminabili secondi, chiuse gli occhi per raccogliere le idee, fin troppo sconnesse a causa della sua vicinanza, quindi tornò a guardarlo con espressione imperscrutabile. «Ma si deve. È stato un errore e non dovrà ripetersi, perciò ritengo sia inutile rivangare ancora l’accaduto, no?». Era stata abile ad eludere la sua domanda, ma lui non intende-va desistere. «Dimmi cosa pensi veramente Erin, ti prego», la implorò Max avvicinando il volto a quello di lei. Sapeva che era una follia, sape-va che lei aveva ragione e che doveva andare un taglio netto a quella storia, ma quando le stava accanto non riusciva ad agire secondo l’etichetta. «Perché per voi ha tanta importanza?», domandò allora lei fissandolo dritto nelle profondità ipnotizzanti dei suoi occhi. «Tu hai molta importanza per me». Erin rimase disarmata da quella confessione. Per lei quel bacio era stato qualcosa di stupefacente e mai provato prima e, doveva ammetterlo, più conosceva quell’uomo più crescevano i teneri sentimenti che aveva cominciato a nutrire nei di lui confronti, ma mai avrebbe osato immaginare che per lui fosse la stessa cosa. La sua sincerità l’aveva colta di sorpresa, e lei non sapeva davvero cosa ribattere. Egli intuì la sua difficoltà e di fece ancora più vicino. Voleva rassicurarla, disse a se stesso, ma i suoi sensi urlarono forte che si trattava solo di una scusa. Ciò che desiderava era abbracciarla e provare ancora le emozioni che lei gli aveva donato, sentire il suo calore su di sé, la sua dolce risposta. Voleva sentire il suo corpo confermargli che gli apparteneva, ora e per sempre. «Voglio conoscere i tuoi pensieri, sapere se ti ho turbata, se in qualche modo ti ho ferita o offesa, se ti sei sentita costretta. Voglio sapere se ti ho in qualche modo disonorata…» Erin gli posò le dita sulle labbra per farlo tacere, sorridendogli con un calore tale da sciogliere da sé ogni sua incertezza. «Niente di tutto ciò, state tranquillo, solo un po’ turbata, ma non in modo negativo». Cogliendo una certa impazienza nel suo sguardo, ella abbandonò le proprie renitenze e si sentì finalmente pronta a rispondere ai suoi interrogativi. «L’ho sentito anch’io. È stato come un brivido caldo che mi ha scossa nel profondo, una sensazione sconosciuta e indescrivibile, ma sebbene si sia trattato di qualcosa d’indimenticabile non cambia il fatto che sia un errore. Voi siete il mio tutore, Maximilian, e per quanto limitate siano le mie esperienze, so che tra noi non…» Esitò, perdendosi nei suoi occhi che la fissavano con incredibile sentimento. Le labbra parla-vano, ma la mente si rifiutava di prendere sul serio tali parole. «No, non dovrà più ripetersi», terminò Max per lei con estrema convinzione, ad un soffio dalle sue labbra. Ma la tentazione fu troppo forte. Gemette, e chiudendo gli occhi si lasciò trasportare dalla corrente delle emozioni. «Da domani», dichiarò posando le labbra sulle sue. Fu un incontro di anime, e in quel momento Max ebbe ben chiaro nella mente che no, non avrebbe mai più potuto dimenticare, né fare a meno di lei. Erin si abbandonò a lui con passione e delizia, dimentica di ogni proposito e di ogni buonsenso. Se il vero amore esisteva, pensò mentre si abbandonava a lui, eccolo, lo stava stringendo adesso fra le braccia. «Vi state prendendo gioco di me, Maximilian», alitò lei contro le sue labbra. «Mai. Non potrei mai farlo». «Perché allora mi avete baciata? Se le vostre azioni sono onorevoli, che ne è delle vostre convinzioni?» «Io non ho convinzioni», ribatté lui con voce poco più d’un soffio. «E tu hai dimostrato di conoscermi molto più di chiunque altro, persino di me. Mi hai aperto il cuore, Erin, come nessuno mai prima d’ora». La baciò di nuovo, e non trovò in lei alcuna op-posizione, solo una calda arrendevolezza che rispecchiava la sua stessa passione, i suoi stessi sentimenti. Poi, tutto ad un tratto, così come era iniziato tutto finì. Max si ritrasse da lei con una mossa decisa, conscio dell’errore che stava commettendo, le carezzò i capelli con entrambe le mani guardandola attentamente per imprimersi nella mente ogni suo dettaglio, poi le posò un bacio sulla fronte e, augurandole la buona notte, afferrò la lanterna e se ne andò.

 

 

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